agosto
Offerta reale e offerta auspicata

Capita spesso di leggere titoloni o copertine sui “bambini”. Bambini prodigio, bambini alla tv, bambini davanti alla tv, bambini al mare e bambini a scuola.
Quello che appare sconcertante è l'ampiezza del termine. All'interno del gruppo “bambini” sono inseriti tutti i piccoli uomini e le piccole donne di età compresa tra gli zero e i 16 anni, quando va bene 12.

D'accordo, l'approssimazione linguistica è un elemento costante nei nostri media. Un ragazzo di 30 anni, per indicare un uomo non sposato è assurdo tanto quanto un anziano di 40, ma l'aggettivazione selvaggia è un ottimo mezzo per arricchire i titoli ed aumentare il timor panico, che pare essere l'occupazione principale dei mezzi di comunicazione di massa.

Il punto è che il criterio con cui viene creato questo enorme gruppo eterogeneo, sia lo stesso con cui vine amministrata la cosa pubblica.
I finanziamenti alle scuole, vanno a toccare un universo che va dai 6 ai 14 anni, spesso addirittura dai tre, come se un bambino della scuola primaria potesse essere gestito al pari dei un adolescente di terza media. E pensare che se in terza elementare sommavamo pere e mele ci davano insufficiente! La cosa appare ancora più vera se si tratta della gestione del tempo libero dei nostri figli.

Partiamo dal presupposto che gestire i minori di 6 anni è quantomeno complicato: i bambini hanno esigenze particolari e piuttosto stingenti e allo stesso modo la necessità di ricevere stimoli tanto quanto, e forse di più, dei loro compagni più grandi. Eppure quando si tratta di offerte per i bambini, per lo più ci si rivolge ad una fascia di età che parte dalla scolarizzazione.
Questo è valido sia per quanto riguarda l'offerta vacanziera (parchi a tema) sia per quanto riguarda il la realtà dei campi estivi.

La riflessione non vuole essere fine a se stessa, ma puntare l'indice sulla scaresa considerazione che viene data alle esigenze dei molto piccoli, che vendono considerati, sopratutto dalle istituzioni, poco più che pacchi postali.
Credo che l'idea, erronea, sia che i bambini molto piccoli abbiano bisogno più o meno della sola vigilanza, mentre quelli grandi di essere “stimolati” e indirizzati. Peccato che il ragionamento dovrebbe essere interamente ribaltato.

Un ragazzo di 14 anni ha la capacità e la possibilità di recarsi da solo ad un corso di nuoto alla piscina comunale, così come un bambino di 10 è, o dovrebbe essere, in grado di organizzare per proprio conto un gioco con gli amici e l'intervento dell'adulto può limitarsi, davvero, alla sola sorveglianza, magari alla preparazione della merenda.

Una bambino dai 12 mesi ai 4 anni, invece, ha necessità di un attenzione quasi totale, sopratutto se figlio unico. Alla vigilanza va aggiunta l'organizzazione dei passatempi, l'insegnamento delle regole e la gestione equilibrata (uno degli elementi più difficili) degli spazi: ora si gioca a qualcosa che piace a te, dopo ad un gioco che piace agli altri se tu non lo consideri divertente.
Questo è un elemento che è sorto solo in epoca moderna ed è dovuto in parte la cambiamento della struttura familiare e in parte a quello della struttura sociale.

In passato il bambino imparava ed era “stimolato” dai fratelli più grandi, dai cugini o dai vicini. I bambini, passata una certa età si “guardavano” l'un l'altro e il compito dell'adulto o degli adulti era quasi esclusivamente di controllo. Senza contare che la gestione della prole era affidata a diverse generazioni di donne (nonne, mamme e zie) che spesso avevano questo come unico scopo. Oggi, oltre al fatto che le donne lavorano e i “coetanei” si incontrano solo a scuola o ai giardini, c'è anche da notare la maggiore quantità di stimoli che è necessario dare ai bambini.

L'espressione che usano le nostre nonne, “le nuove generazioni sono più sveglie di noi” non ha solo una valenza di complimento, ma risponde anche ad un cambiamento reale delle abitudini sociali. Da una parte c'è un maggiore rispetto per il bambino, che se, magari, viene messo al centro del modo, da lì gode di un ottima visuale sulla realtà. Gli imput agli stimoli avviene in giovanissima età sia a livello di immagini che di suoni, che di esperienze dirette. Altro che non portar fuori di casa il bambino prima di un mese o tenerlo nella culla con un velo che lo separa dalla realtà, come avveniva prima.

Dall'altra c'è la necessità dare il maggior numero di conoscenze possibili in tempi rapidi, perchè la mole conoscenze che dovranno apprendere è tale da non permettere ritardi.

Con questa prospettiva appare ancora più deprimente la mancanza di attenzione nei confronti dei piccolissimi nel periodo estivo.
Gestendo in maniera efficace ed efficiente i mesi estivi, infatti, sarebbe possibile riequilibrare gli scompensi che la società moderna impone. La possibilità di stare all'aria aperta, di utilizzare ambienti più grandi, dovrebbe servire per stimolare tutto quell'universo fantastico, ludico e motorio che durante i mesi invernali viene represso a favore di un' insegnamento, necessario, ma più strutturato a livello scolastico. Un programma di questo tipo, ripetitivo e intercambiabile, poi, permetterebbe una grande elasticità dei tempi, con la conseguenza che le famiglie potrebbero decentrare i periodi di soggiorno vacanzieri durante tutta la bella stagione e allo stesso tempo sentirsi garantiti nei giorni lavorativi.
Ma per far questo si dovrebbero superare carenze strutturali amministrative abissali...

(continua ad settembre....)