settembre
Si torna a scuola, ma quale scuola?

Finalmente settembre. Si tira un sospiro di sollievo: finiti i compromessi con i datori di lavoro, baby sitter, nonni e partner, finite le ansie e i cardiopalmi (dove starà in motorino tutta la mattana? Oggi vanno in piscina con il comune, sarà sicuro? Ma quando finisce il campo scout? Sono già 24 ore che manca da casa!), finiti anche i bei momenti tutti insieme a divertirsi.

Si torna sui banchi.

Se i banchi ci sono sempre.

A giugno, la scuola è finita con due notizie che mi hanno lasciato così amareggiata che ho dubbi profondissimi sull'inizio del nuovo anno.

Catania: il preside lancia una provocazione: i genitori paghino per il banco del proprio figlio.
(Caspita, penso io, ieri è passato il camion della raccolta differenziata: un quintale di carta = un banco in Africa. Tra un po' in Marocco passerà un camion con la stessa scritta un quintale di carta = un banco in Italia)

Materna dietro casa espone il seguente cartello: dal 17 giugno i bambini non potranno più dormire per carenza di personale.

La scuola ha finito i soldi: non si possono pagare i supplenti e i bambini rinunciano alla pennichella e vengono smistati tra le classi per alcune ore. Classi che da 27 bambini di diritto passano a 36, se quel giorno ci sono tutti.
36 bambini di tre, quattro o cinque anni con una maestra sola.
Chissà che assieme allo stipendio forniscono anche la corda di canapa per impiccarsi.

Per la cronaca io non ho pagato i banchi, ma ho dato un contributo volontario perchè la mia figlia possa fare educazione musicale. Non fossimo la patria di Vivaldi, Verdi e Donnizzetti...

Quando mi chiederanno i soldi per la Fisica, caso mai Maiorana, Hack e Montalcini non bastassero più?

Mi arrabbio e rimugino sulle soluzioni.

Tagliando ancora i costi, rinunciando alle ferie, cercando un altro lavoro, forse ce la facciamo a permetterci la scuola privata. Ma con quale prospettiva?
I programmi sono ministeriali, gli insegnanti preparati dalla stessa scuola da cui fuggo e, poi chi mi assicura che oltre ai banchi ci sia anche la professionalità?
Ci sono scuole pubbliche che hanno un ottima fama, ma poi ci entri solo se sei di zona, insegnanti bravi e qualificati, me se chiedono i trasferimento non sai “chi ti capita”.
Per due anni, in due diversi cicli scolastici, abbiamo avuto un organico composto in parte da precari. Le maestre si trovavano bene tra di loro e la “precaria” era davvero brava e preparata, peccato che poi l'anno successivo ricominciasse la rulette russa. Verrà riconfermata? Se no chi verrà al suo posto? E la “continuità” scolastica, tanto millantata chi la garantisce?

Dubbi, domande, interrogativi, paura.

Paura del futuro di chi verrà dopo.
E poi le iniziative fantastiche che di tanto in tanto saltano fuori: mancano i soldi e come prima cosa si taglia. Via un po' di insegnanti, via un po' di ore. Torniamo alla scuola solo la mattina, come facevamo noi. Non siamo forse cresciuti bene? Non abbiamo forse imparato a leggere e scrivere e fare di conto.
Peccato però che ora si debba saper leggere e scrivere in almeno due lingue e che il far di conto non si limita alla divisione a tre cifre con la riprova del nove, ma arriva al sunto dell'essenziale 0 e 1.

Certo, la famiglia para e ripara: si viaggia, il pc lo imparano a casa, la tv la possono vedere in lingua inglese, e poi Sant'Arrangino non è il patrono di tutti gli italiani?
Già ma rimane l'amaro delle possibilità perse, delle ricchezze sprecate e dell'incapacità di fare, forse, l'unica cosa giusta: andare all'estero e cercare un po' di serietà.
Ma forse è solo malinconia autunnale.

L'estate sta finendo, cadono le foglie, riaprono le porte delle scuole.
Sperando che ci siano ancora le porte.